di Fabiola Cinzia Limuti

Se è vero che la cultura dominante ci vuole passivi, con un pensiero acritico, scopriamo che nella diversità sta il vero valore e la vera ricchezza dell’Umanità insieme alla Libertà di pensiero.
Pensare trova la sua origine etimologica dal latino ‘pendere’, “essere o mettere in sospensione in una bilancia per essere pesato o per pesare”.
Pensare, quindi, ha a che fare con pesare, ponderare, valutare e significa confrontare, mettere in relazione.
Così l’unico antidoto all’omologazione sembra essere pensare con la nostra mente, e insegnare a farlo.
In tutti i periodi storici chi metteva in discussione qualcosa del sistema è stato attaccato, condannato, qualcuno ha dovuto obtorto collo abiurare per sopravvivere (vedi un certo Galileo Galilei), altri hanno perso la loro libertà … o la propria vita.
Anche oggi, come nel passato, ci viene chiesto di pensare con le logiche di mercato, di operare scelte già programmate, di adeguarci alla cultura massificante, di calare la testa in nome di uno pseudo bene comune, senza neanche sospettare che quello corrisponda invece agli interessi di pochi… ci viene chiesto, quando non imposto, di accettare tutto senza critica, del resto a supporto di tante imposizioni ci sono dati statistici, studi scientifici…
I ventenni di oggi, con il loro linguaggio povero e mal strutturato, l’acquisita tendenza al nozionismo, alla disattenzione, alla mancanza di stimoli ad approfondire, rischiano di ammalarsi tutti della stessa malattia: il pensiero acritico.
Tra computer, smartphone, tablet e tv, le nuove generazioni vengono sommerse da informazioni e stimoli con il rischio di una parcellizzazione dell’attenzione.
È il grido dall’allarme lanciato dai professori italiani ad un convegno organizzato dall’Università Cattolica di Milano in cui si è parlato di come arginare il fenomeno nel mondo della scuola.

In una intervista pubblicata sul Corriere della sera il prof Alberto Contro, dello IULM di Milano ha detto:
“Non vogliamo rifiutare il progresso, ma sarebbe imprudente ignorare come l’uso non appropriato (o compulsivo) di questi mezzi possa generare effetti collaterali anche gravi“.

La dottoressa Renata Kodilja, docente di Psicologia Sociale dell’Università di Udine a Gorizia nella stessa intervista ha spiegato: “È in atto una modificazione dei processi cognitivi dovuta all’allenamento del pensiero che oggi è condizionato dall’uso di Internet. I ragazzi fanno fatica a stabilire l’ordine di priorità degli argomenti e non colgono l’esistenza di un’architettura e di una logica dei pensieri. Hanno tanti elementi di spunto, ma niente che li metta insieme, nessuna ipotesi di lavoro. Studi dimostrano che già a sette-otto anni un bambino è autonomo sulla rete, quindi bisogna intervenire già durante i primi anni di scuola elementare“.

A questo punto sorgono domande spontanee su cosa significhi “intervenire durante i primi anni della scuola elementare” quando una scuola è giudicata all’avanguardia se usa la Lim (lavagna interattiva multimediale) e se i bambini fanno, sin dai primi anni delle elementari lezioni di informatica.
Una moderna educazione non può non tenere conto dei risultati delle recenti scoperte della neuropsicologia.
Il maestro Homberger scrisse un interessante articolo su come la pedagogia di Rudolf Steiner trovi sostegno nei risultati di un gruppo di psicologi a noi contemporanei, come Howard Gardner, che sostengono come l’intelligenza, intesa come la facoltà di comprendere, apprendere e risolvere problemi, non sia unitaria, bensì multipla:
oltre alle intelligenze logico-matematica e linguistica, che sono state studiate dal grande psicologo dello sviluppo Jean Piaget, e che sono, nella nostra società, le uniche ad essere indagate dalla maggior parte dei test di valutazione scolastica e di misurazione del Q.I. (quoziente intellettivo), ve ne sono ben altre da cui dipende la “capacità di stare nel mondo”, ovvero l’intelligenza spaziale, musicale interpersonale ed intrapersonale, esistenziale e naturalistica.

Ciò che Homberger sottolineava in quell’articolo è l’importanza di tenere, quale obiettivo primario della scuola, quello di nutrire tutte queste intelligenze, e non solo le prime due, ed aiutare le persone a raggiungere le finalità esistenziali, professionali, relazionali più consoni al proprio, individuale, ventaglio di intelligenze. Coloro che ricevono aiuto in questo cammino si sentiranno più impegnati, più competenti e di conseguenza più propensi a servire la società in modo costruttivo.