Dal programma culturale

EDUCARE AGLI AFFETTI: Seminare nei primi tre settenni i fondamenti per creare sane e profonde relazioni affettive
di Daniela Iacchelli

Proponiamo in queste pagine un estratto della conferenza e del seminario tenuto da Daniela Iacchelli il 17 e il 18 novembre scorso. Per ragioni di spazio la seconda parte sarà pubblicata nel prossimo numero del Passaparola.

La dottoressa Daniela Iacchelli è Psicologa-Psicoterapeuta per adulti. Vive e lavora a Bologna. Ha creato un suo personale metodo sinergico per combinare l’Antropologia e la Psicosofia di R.Steiner con l’approccio psicocorporeo  e la Psicologia Sistemica di B.Hellinger. In particolare ha ideato un  metodo per elaborare la propria Biografia a partire dalle Leggi biografiche date da R.Steiner e propone incontri con genitori ed educatori per far conoscere le Leggi Metamorfiche tra settenni e per aiutare a comprendere come “seminare” oggi nel bambino le esperienze che diverranno le risorse dell’adulto di domani. Conduce Gruppi esperienziali proponendo un programma di Pratiche di Consapevolezza per chi voglia praticare nel quotidiano la via di risveglio dell’Anima Cosciente indicata da R.Steiner. E’ presente con conferenze e seminari in varie realtà pedagogiche bolognesi, collabora con la nostra scuola, la Scuola di Formazione in Yoga per bambini e il Nido l’Atelier dei Piccoli.

Tutta la nostra vita, a ben vedere, si basa sulle nostre relazioni, sulla nostra capacità di crearle, gestirle, coltivarle, conservarle e scioglierle a tempo debito. R. Steiner ci invita a meditare su come tutti noi siamo quello che siamo proprio in virtù degli incontri e delle relazioni col nostro prossimo che abbiamo durante la nostra biografia. Un posto speciale hanno le relazioni affettive, basate non solo sulla comunanza di interessi culturali, lavorativi, sociali, politici, ma anche su uno scambio di sentimenti e di intrecci dei cuori.

Eppure nell’educare i bambini si pone più facilmente l’accento sull’apprendimento di abilità manuali e cognitive, sull’acquisizione di conoscenze e norme di convivenza “giusta” ma non necessariamente su come diventare capaci di vera fratellanza, amicizia e intimità affettiva.

La relazione è affettiva quando passa per il cuore, quando vuoi il bene dell’altro e l’altro è un bene per te. E’ affettiva quando i cuori si intendono, si appartengono e scambiano l’intimità del disarmo: ci si fida a mostrarsi vulnerabili e bisognosi di aiuto, ci si confida i segreti del cuore senza mascherarsi e si ha la tenerezza di rispettare e curare la fragilità dell’altro.

Nel processo di sviluppo biografico attraverso i settenni, Steiner ci segnala che nel cuore della biografia umana, dai 28 ai 35 anni di età, è prevista la maturazione dell’Anima Razionale e Affettiva e che questa sarà il fondamento per una vera evoluzione in Anima Cosciente e Sé Spirituale e per la qualità delle relazioni sia sociali che affettive. A quell’età, se abbiamo seminato gli ingredienti giusti, i bambini che abbiamo cresciuto saranno adulti capaci di saper trovare il proprio posto nel mondo sociale e allo stesso tempo nel nido privato fatto di relazioni significative e profonde con cui condividere i propri affetti e i progetti personali. Eppure la trasmissione dei valori riguardo a come vivere le relazioni affettive sembra essere di minor importanza rispetto a quella dei valori di razionalità e logica per avere successo nel mondo sociale.

E’ all’interno delle relazioni familiari, con gli adulti che ci curano e ci crescono, che acquisiamo i modelli di comportamento affettivo. Quei modelli diventeranno i nostri riferimenti interni (e inconsci) per regolare i nostri affetti nella vita adulta.

Per orientare genitori ed educatori all’educazione affettiva porrò in evidenza alcune tracce nella convinzione che per educare sia necessario contemporaneamente auto-educarsi e risolvere in modo armonico gli squilibri relazionali che ci sono stati  trasmessi dalle famiglie in cui siamo cresciuti.

In generale per poter costruire sane e profonde relazioni affettuose è necessario saper costruire “ponti” tra se stessi e “l’altro da sé” e possibilmente scambiarsi il “meglio” dell’Anima umana: il Bene (benevolenza-amorevolezza), l’Armonia e la Pace, la Verità.  Il ponte permette che da un Io e un Tu nasca un NOI che è il bene comune di entrambi, relazione amorevole, legame e appartenenza sicura. Perché nasca questo NOI è importante saper vincere l’ostacolo principale che è il senso di separatezza, la diffidenza, l’antagonismo e la prevaricazione tipici degli impulsi astrali antisociali del nostro “Ego”. Essi iniziano a manifestarsi nel bambino intorno ai 2 anni e mezzo (sono segnalati dal linguaggio, con l’inizio dell’uso delle parole Io e No). Dalla fusionale armonia e venerazione del neonato inizia un lento processo di differenziazione e poi individuazione. L’”IO” incontra il TU e inizia il confronto, il patteggiamento, la mediazione per generare quel NOI che ci accarezza il cuore. Indispensabile allora favorire nei piccoli la capacità di passare dal naturale egoismo della primissima infanzia all’altruismo del secondo settennio fino all’amorevole intimità del terzo settennio. Sapendo che sarà poi solo dal 21esimo anno di età che il vero e proprio IO individuale del ragazzo potrà operare la metamorfosi da ego minorenne a un Io adulto capace di governare le forze astrali egoistiche.

Il NOI è un flusso di movimenti reciproci. Per avere sane relazioni affettive bisogna saper respirare tra i 2 movimenti basilari della vita: raccoglimento in sè (introversione, ascolto di sé, autocoscienza,elaborazione delle esperienze) ed espansione verso l’altro (estroversione, ascolto dell’altro, comunicazione, confronto sulle esperienze). Come possiamo pretendere di comunicare correttamente col prossimo se non sappiamo comunicare con noi stessi? L’educazione dovrebbe sempre facilitare nel bambino-ragazzo l’esplorazione di entrambe le modalità.

Nell’esperienza del crescere si è impegnati nell’ardua impresa di passare da una relazione in cui si ha la posizione di “disparità” di condizioni tra genitori (autonomi) e figli (dipendenti) ad una posizione di “parità” tra coetanei (autonomi e interdipendenti), per poter creare amicizie e relazioni di coppia fino a dar vita ad un nuovo nucleo familiare o comunque costruire una rete di relazioni capaci di nutrire il cuore e i bisogni di tenerezza e vicinanza. Il genitore ha quindi il compito di insegnare al figlio a saper stare “al proprio posto” nelle relazioni: questo posto inizia con l’essere di estrema fragilità e dipendenza nella prima infanzia e prosegue con l’acquisizione di una sempre maggior autonomia, fino alla libertà adulta di uscire dal nido familiare per andare nel mondo e creare nuovi affetti paritari. La grande impresa del crescere è di imparare a stare insieme in una posizione dipendente e subordinata, ma poi acquisire la capacità di relazionarsi in parità, autonomia e reciprocità coi coetanei. Chiaramente nella relazione di disparità i genitori hanno funzione duplice: normativa (dare regole) e affettiva (dare amore). Il figlio cresce dentro ad una relazione in cui le norme vengono date da un’autorità indiscussa ed egli è bene che si adegui e non pretenda di fare altrettanto. Ma poi dovrà crescere e saper costruire relazioni in cui le norme diventano proposte da discutere e per cui trovare accordo di entrambi e l’amore viene dato e ricevuto paritariamente e non da una fonte onnipotente a cui chiedere continuamente soluzioni. Per favorire questo difficile passaggio i genitori possono, nei primi 2 settenni, trasmettere i valori del “Noi” paritario solo attraverso l’esempio della loro relazione di coppia e delle loro amicizie. Ingredienti importanti sono il tempo dedicato alla privacy della coppia, l’alleanza, il patteggiamento, la tolleranza per gestire le delusioni, il guardare insieme al bene dei figli, il far pace o il sciogliere il vincolo senza disprezzare e recidere il legame costituito dai figli in comune. Dal terzo settennio promuovendo nel ragazzo un graduale sviluppo del senso di responsabilità verso gli altri, collaborazione in famiglia, scambio, confronto, propositività. Dopo i 18-21 anni il ragazzo resta “figlio”, ma diviene un “figlio adulto” che condivide col genitore la condizione di adultità. Lo scambio non sarà mai alla pari, resterà sempre il fatto che i genitori hanno dato la vita e i figli non possono ricambiare, tuttavia ci sarà scambio e addirittura capovolgimento di ruoli durante la vecchiaia o la malattia dei genitori. Ma i figli non potranno dare norme ai genitori e pretendere “obbedienza”.

Fine I parte


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